27.01.45 – 27.01.13

Biglietti fatti. Stavo aspettando il bus al capolinea, dietro la Galeria Kracowska. Erano le 9 del mattino e c’era un freddo cane a Cracovia, il cielo era grigio e cupo. Il berretto, la sciarpa e il giubbotto servivano a poco, ma io quel freddo non lo sentivo: aspettavo il bus per Auschwitz. Ero in frenetica attesa e dentro di me lottavano la curiosità del turista ingenuo, che non si rendeva conto di cosa stava per vedere, e la smania di raccontare con la mia macchina fotografica la mia storia, il mio documento sul Campo 1 e 2. Arrivava il Fiat Ducato bianco, allestito per il trasporto delle persone, con i sedili avvitati sul cassone posteriore: iniziavano così più di due ore di viaggio. Ho trovato posto a sedere in fondo ma davanti a me, sul corridoio centrale di questo inconsueto mezzo di trasporto, tre ragazze hanno fatto tutto il viaggio in piedi. Ero stupito dalla loro resistenza, da come potessero stare ferme immobili in quella posizione per tutto il tempo. Guardarle distoglieva il mio pensiero da tutto quello che volevo fotografare e da come lo volevo fotografare. Quando finalmente siamo arrivati, l’emozione, l’eccitazione, la curiosità offuscavano i miei pensieri: non vedevo l’ora di entrare. Fuori una confusione immensa di scolaresche provenienti da ogni parte del mondo: una marea di persone. Il famoso cancello “arbeit macht frei” non riuscivo a vederlo, era dietro un grande edificio dal quale prima bisognava passare per fare i biglietti ed incolonnarsi nel “gruppo nazionalità” per seguire la guida. Usciti dalla porta posteriore di questa grande struttura, ho visto l’ingresso del Campo 1. Mi sono avvicinato al famoso cancello e ho scattato la prima foto, un’immagine che credo tutti coloro che siano stati ad Auschwitz abbiano fatto. Mi sono accorto però che qualcosa dentro di me cambiava e che le sensazioni che avvertivo erano completamente diverse da quelle che provavo prima di iniziare la visita. Ho preso istintivamente il cellulare e l’ho spento in segno di rispetto, come se stessi entrando in un cimitero o in un qualsiasi luogo di culto. Varcata la soglia del cancello, l’aria che si respirava era pesante, si percepivano in modo quasi tangibile la sofferenza, la morte: era la prima volta che avvertivo una sensazione simile. Anche il clima era diverso, sembrava di attraversare uno “star gate”, come se da un mondo fossi stato catapultato in un altro. Col gruppo iniziavamo a visitare i luoghi in rigoroso, rispettoso e religioso silenzio. Più camminavo più sentivo una pesantezza dentro di me che mi impediva di fotografare. Tutto quello che avevo pensato di fare l’ho cestinato in un attimo. Le parole dette con enfasi dalla guida di certo non mi aiutavano, quindi mi sono staccato dal gruppo e ho iniziato a camminare da solo per il campo deserto e silenzioso: volevo andare via, scappare, evadere. Evadere attraverso quelle anguste finestre da cui entrava ogni tanto un spiraglio di luce e attraverso le quali i detenuti del Campo 1 e 2 avevano respirato e sognato l’aria di libertà. Solo negli alloggi delle guardie e dei funzionari tedeschi erano presenti finestre più ampie e luminose, che avevano dovuto regalare un’abbagliante – quanto crudele – illusione di libertà ai reclusi che vi erano convocati, abituati ormai a intravedere il pallido sole polacco schermato dalle sbarre. Ho voluto fotografare la luce, sinonimo di libertà. Ho fotografato ciò che desideravo fare: scappare! E se lo avevo desiderato disperatamente io, da uomo libero, si pensi a chi da “non uomo” aveva vissuto il campo. Non posso lontanamente immaginarlo: il solo pensiero mi mette paura. Ho fotografato gli oggetti nelle teche, i resti dei capelli umani usati per riempire cuscini o realizzare filati. Tutto ciò che era appartenuto da sempre ad una persona, nell’arco di un nulla era considerato oggetto da riciclare o bruciare. La vita stessa dei reclusi era considerata un dono inutile. Quegli oggetti, quei resti erano pregni di bramosia di luce e il riflesso delle finestre aperte sui vetri delle teche è simbolo oggi di quella via d’uscita per un’anima martoriata che cercava l’identità e la quotidianità perdute. L’Ultima Luce, la speranza che forse un giorno tutto sarebbe potuto finire, sicuramente era entrata dalla finestra del Blocco 10, in cui il dott. Mengele effettuava esperimenti scientifici su cavie umane e senza dubbio, attraversando le sbarre del bunker in cui si trovano i due forni crematori, i raggi del sole avevano accarezzato delicatamente la pelle dei corpi pronti ad essere cremati. La luce, ogni piccolo raggio di sole, aveva accompagnato l’ultimo respiro, l’ultimo saluto alla vita. Tutto ciò è testimonianza di ciò che è stato. Una storia di sensazioni, la mia, raccontata a toni bassi, senza calcare la mano. Un basso contrasto e un tonalità di colore su quella luce che era speranza e oggi è memoria. “Meditate che questo è stato”.

Antonio Curti