PANOPTICON: CENTRO E PERIFERIA DELLA CITTÁ VISSUTA

Prof. Maurizio Telloli
docente di Storia della Fotografia e Linguaggio Fotografico
cfp R. Bauer – Milano

Se consideriamo che lo sguardo umano abbraccia un angolo di circa 180°, che esiste una visione periferica oltre quella centrale dell’attenzione, possiamo meglio comprendere quello che accade di fronte a una fotografia realizzata con un obbiettivo grandangolare, quali queste di Antonio Curti.
Proviamo a fare questo esperimento: osserviamo un punto fisso davanti a noi, il soggetto deve essere a debita distanza, cioè non troppo vicino a noi, ma almeno ad un paio di metri. Poi prestiamo attenzione a quello che percepiamo ai bordi del nostro campo visivo. Dobbiamo fare lo sforzo di stare assolutamente immobili e soprattutto di tenere gli occhi fissi in quel punto.
Ecco che ci rendiamo conto di percepire anche la presenza di oggetti, o la possibilità di descrivere spazi, che sono molto lontani dal centro visivo, dal nostro punto di attenzione. Ma vediamo propriamente questa porzione del campo visivo o piuttosto sappiamo che esiste? Abbiamo una consapevolezza o una esperienza? Forse è più corretto dire che ci rendiamo conto, che la nostra esperienza informa la percezione sensoriale, la determina, la condiziona. Come d’altronde sempre avviene.
Queste due serie di immagini realizzate girovagando per il centro di Milano e poi attorno al suo perimetro ci mostrano proprio questo: una esperienza nuova degli spazi, che coincide con quella stereotipata dei luoghi simbolo della città, insieme a visioni inconsuete, volutamente banali o inopportune.
Da un lato abbiamo i luoghi emblematici di una ipotetica guida turistica. Dall’altro i non-luoghi dell’estrema periferia, cioè dei punti di passaggio nei quali la città cessa di essere tale per divenire, almeno nominalmente, altro.
Questi ultimi luoghi sono un pretesto: la città non ha soluzione di continuità, si fonde con i comuni limitrofi e per gli abitanti è solo un vezzo sapere o capire dove finisce Milano e inizia qualcosa d’altro. Teniamo poi conto che il confine di una città tracciato sulle vie di accesso principali forse non coincide del tutto con il confine normativo, catastale, cartografico. Immaginiamo quanto non coincida con il confine vissuto.
Teniamo conto anche del fatto che l’autore viene da tutt’altro contesto urbano, e si cala nell’esperienza della città come un moderno flaneur, alla ricerca di poetiche suggestioni, armato della sua cartina topografica, della mappa dei mezzi pubblici e di tanta pazienza.
I luoghi cardine sono quelli delle cartoline, delle guide turistiche, e non potrebbe essere altrimenti; sono stati selezionati in base alla loro popolarità, al dato emergenziale. Fanno da contrappunto al percorso intorno alla città, un contorno tracciato però attraverso dei raggi che si dipartono dal centro, come tante frecce verso l’esterno, perché questa è la possibilità offerta dal sistema urbanistico dei trasporti pubblici.
Se prendiamo in esame infine più da vicino le immagini ci accorgeremo di una loro suggestiva imprecisione, di una loro fortunata epifania: ci sono spesso dei rebus compositivi che rasentano il virtuosismo, ma nello stesso tempo dei sottili giochi di equilibrio precario. La motivazione risiede nella tecnica e può essere compresa meglio facendo riferimento a quanto si diceva in apertura; ovvero alla non coincidenza tra quanto inquadrato, mirato, puntato e quanto effettivamente registrato dalla pellicola. Come se l’utilizzo di una macchina fotografica istantanea, di bassa qualità tecnica e fornita di un forte grandangolare, volesse essere la più fedele traduzione dell’esperienza della visione umana. Certo ci appaiono delle linee fortemente distorte, edifici pendenti dove noi sappiamo esserci in realtà delle precise ortogonalità. Ma ancora una volta quello che sappiamo prevale su quello che vediamo, e se qualcuno ci mostra quello che vediamo, non siamo disposti a credergli. Alcuni elementi ai bordi dell’immagine sono rientrati nell’inquadratura casualmente, in modo imprevisto, proprio come nella visione periferica possono rientrare elementi accidentali, fortuiti.
Quindi questa doppia serie di vedute di Milano, sia per la tecnica adottata e sia per i soggetti selezionati, diventa metafora della visione, di uno sguardo totalizzante e assoluto, uno sguardo come esperienza e non solo descrizione.

22 maggio 2010.