La Sfida del Reportage

C redo che il più famoso genere di fotografia, di cui si sente spesso parlare e verso cui molti fotografi hanno tentato un primo approccio, sia il reportage: il momento decisivo, il fermare l’azione con uno scatto. Elementi, questi, che hanno messo le radici nell’immaginario collettivo e che hanno caratterizzato da sempre un rapido ed immediato riconoscimento di questo genere di fotografia.

Il reportage è nato nei primi anni del ‘900. A differenza degli altri generi di fotografia che hanno avuto una lunga e complessa crescita nella loro sperimentazione e nel loro linguaggio, il reportage, pur avendo innumerevoli combinazioni narrative, ha risposto in modo rapido e fulmineo alla funzione originaria della fotografia stessa: raccontare, informare e registrare.

Guerre, carestie, attimi di vita quotidiana belli o brutti che siano, sono stati e sono momenti della nostra vita, della nostra storia, documentati dai reporters, le cui fotografie, grazie all’avvento della carta stampata, sono riuscite ad entrate nelle case di tutti. LIFE, infatti, è stata una delle celebri riviste che ha facilitato la divulgazione della fotografia di reportage tra le famiglie degli Stati Uniti d’America. Henry Luce, fondatore della rivista, la considerava il luogo del vedere:

per vedere la vita, vedere il mondo ed essere testimoni dei grandi avvenimenti.

É qui che è nata l’idea del racconto fotografico, quello che erroneamente è stato definito servizio fotografico, ma che è stato poi correttamente ribattezzato in Storia. Perché è proprio questa la sfida del reportage: fare in modo che la fotografia possa raccontare, narrare, con le immagini i fatti della storia. Sfida raccolta nel 1947 dall’agenzia Magnum grazie alla quale il fotografo, il reporter, abbandona per certi aspetti la figura di solo testimone dell’evento e si avvicina di più al ruolo di grande narratore. Sono nate figure professionali, a metà tra fotografi e giornalisti, che si occupavano di organizzare, selezionare e mettere in sequenza le foto realizzate dai fotografi. (Oggi, chi svolge questo delicato compito, è il photoeditor).

Ogni storia può essere raccontata in modo diverso, in base alle sensazioni del reporter, a volte in base alla linea editoriale del giornale che la deve pubblicare (durante il totalitarismo e la seconda grande guerra – esempio limite – venivano pubblicate solo quelle fotografie che potessero “manipolare” l’opinione dei lettori, al punto quindi da potere trasmettere questo o quel messaggio).

Ciò che comunque da sempre è rimasto invariato nel pensiero del reporter è continuare a raccogliere quella sfida:

ogni fotografia è un objet trouvè generato dalla realtà stessa e colto istantaneamente dall'abilità del fotografo. (R. Valtorta 1999)